Quando acquistiamo platessa surgelata al supermercato, raramente ci soffermiamo a scrutare con attenzione l’etichetta. Eppure, dietro quel filetto dall’aspetto innocuo e salutare, si nasconde spesso una realtà che pochi consumatori conoscono: la presenza di additivi che non sempre vengono evidenziati in modo trasparente e che possono avere ripercussioni significative sulla nostra salute, specialmente per chi segue regimi alimentari controllati.
Cosa si nasconde davvero nei filetti di platessa surgelata
La platessa rappresenta una scelta apparentemente virtuosa per chi desidera portare in tavola pesce magro e versatile. Con sole 70 kcal per 100 grammi, 12,41 grammi di proteine e appena 1,93 grammi di grassi, questo pesce rientra effettivamente nella categoria degli alimenti magri e salutari. Tuttavia, molti prodotti presenti nei banchi freezer contengono polifosfati e conservanti che vengono aggiunti durante le fasi di lavorazione industriale. Questi additivi servono principalmente a trattenere acqua nelle fibre del pesce, aumentandone il peso e migliorandone l’aspetto estetico dopo lo scongelamento.
Il problema non risiede tanto nella presenza di questi composti, quanto nella modalità poco chiara con cui vengono comunicati al consumatore. Le diciture tecniche in caratteri microscopici, nascoste tra gli ingredienti, rendono quasi impossibile per chi non è del settore comprendere realmente cosa sta acquistando.
I polifosfati: alleati dell’industria, nemici della trasparenza
I polifosfati (E450-E452) rappresentano una categoria di additivi ampiamente utilizzata nell’industria ittica per prevenire la perdita di umidità durante il congelamento e lo scongelamento. Tecnicamente svolgono un’azione stabilizzante, ma comportano anche un aumento significativo del contenuto di sodio nel prodotto finale.
Per chi soffre di ipertensione, patologie renali o segue diete iposodiche prescritte dal medico, questo dettaglio non è affatto trascurabile. Un filetto di platessa trattato con polifosfati può contenere quantità di sodio notevolmente superiori rispetto al pesce fresco, vanificando gli sforzi di chi cerca di controllare rigorosamente l’apporto di sale nella propria alimentazione. Molti consumatori scelgono il pesce proprio per le sue proprietà nutrizionali benefiche e per il basso contenuto di sodio naturale, trovandosi invece inconsapevolmente ad assumere quantità elevate di questo minerale attraverso additivi nascosti.
Conservanti e rischi nascosti
Oltre ai polifosfati, alcuni produttori utilizzano conservanti specifici per prolungare la shelf-life del prodotto. Questi additivi vengono spesso indicati con sigle numeriche poco comprensibili o relegati in fondo alla lista degli ingredienti. Chi ha necessità di evitare determinati conservanti per motivi allergologici o per patologie specifiche si trova così in una posizione di svantaggio informativo che può avere conseguenze concrete sulla salute.

Un altro aspetto spesso trascurato riguarda la percentuale di glassatura, ovvero lo strato di ghiaccio che riveste il prodotto. Quando questa raggiunge percentuali elevate del peso totale, significa che stiamo pagando principalmente acqua. I polifosfati servono anche a far assorbire maggiori quantità di acqua al pesce, aumentando artificialmente il peso vendibile e creando un doppio danno per il consumatore: economico e nutrizionale.
Come difendersi: strategie pratiche per il consumatore consapevole
Essere consumatori informati significa sviluppare competenze di lettura critica delle etichette. Innanzitutto, è fondamentale cercare la dicitura “senza polifosfati aggiunti” o “solo pesce e sale” tra le caratteristiche del prodotto. Verificare che nella lista ingredienti compaiano esclusivamente “platessa” e al massimo “sale”, senza sigle numeriche precedute dalla lettera E, rappresenta un passaggio cruciale.
Un altro trucco efficace consiste nel confrontare il contenuto di sodio per 100 grammi tra diversi prodotti: valori elevati potrebbero indicare l’uso di additivi anche quando non immediatamente evidenti. Preferire filetti con percentuale di glassatura dichiarata e contenuta, oppure valutare l’acquisto di pesce intero surgelato, generalmente meno soggetto a trattamenti aggiuntivi rispetto ai filetti, può fare la differenza.
Quando l’etichetta diventa un rebus indecifabile
La normativa obbliga i produttori a dichiarare tutti gli ingredienti e gli additivi presenti, ma spesso le informazioni risultano difficilmente accessibili. Caratteri minuscoli, contrasti cromatici insufficienti e terminologia tecnica creano una barriera comunicativa che penalizza proprio chi avrebbe maggiore necessità di informazioni chiare. Per chi convive con patologie croniche che richiedono controllo del sodio o esclusione di specifici additivi, fare la spesa diventa un’attività che richiede lenti d’ingrandimento e competenze quasi specialistiche.
Fortunatamente, il mercato offre anche prodotti di platessa surgelata privi di additivi aggiunti. Questi prodotti costano generalmente poco più dei corrispettivi trattati, ma garantiscono trasparenza totale e rispondono meglio alle esigenze di chi necessita di controllo alimentare rigoroso. La scelta consapevole passa attraverso la conoscenza e la capacità di decifrare le informazioni, anche quelle volutamente rese poco accessibili. Il pesce surgelato può rimanere un’opzione pratica e salutare, a patto di sapere esattamente cosa stiamo portando sulle nostre tavole e di pretendere quella trasparenza che dovrebbe essere la norma, non l’eccezione.
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